{"id":9502,"date":"2022-02-03T14:16:03","date_gmt":"2022-02-03T12:16:03","guid":{"rendered":"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/?p=9502"},"modified":"2022-05-23T11:36:15","modified_gmt":"2022-05-23T09:36:15","slug":"sono-efficaci-le-politiche-per-la-riduzione-dei-divari-territoriali-in-italia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/re\/sono-efficaci-le-politiche-per-la-riduzione-dei-divari-territoriali-in-italia\/","title":{"rendered":"Sono efficaci le politiche per la riduzione dei divari territoriali in Italia?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Questo articolo \u00e8 una sintetica rassegna della lettura economica sulle politiche economiche implementate in Italia per la riduzione dei divari regionali in Italia a partire dal secondo dopoguerra. Gli studi empirici non giungono a risultati univoci, anche se sembra emergere un impatto positivo dei fondi strutturali europei sul PIL e, in misura minore, sull\u2019occupazione. La conoscenza dei punti di forza e di debolezza di tali politiche \u00e8 importante per l&#8217;Italia che potr\u00e0 disporre nei prossimi anni dei fondi del PNRR in aggiunta ai consueti fondi della politica di coesione per ridurre i divari territoriali. [<a href=\"https:\/\/econpapers.repec.org\/scripts\/redir.pf?u=https%3A%2F%2Fwww.regionaleconomy.eu%2FRePEc%2Fpdf%2F6Q1%2Fq6_1_2022_3-12.pdf;h=repec:atk:issues:q12022:10163\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\">Scarica il PDF]<\/a><\/em><\/p>\n<p><strong>1 Introduzione<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se da un lato l\u2019integrazione europea ha creato notevoli vantaggi per le imprese e per i cittadini europei, non \u00e8 altrettanto certo che questi benefici si siano distribuiti uniformemente nelle societ\u00e0 europee (Sapienza, 2000). D\u2019altra parte, in un mercato unico, soprattutto con una moneta unica e in assenza di una politica fiscale unica, \u00e8 necessaria l\u2019assenza di marcati divari tra gli Stati membri (De Grauwe, 2013), nonch\u00e9 al loro interno. In effetti, l\u2019articolo 158 (ex articolo 130 A) del Trattato istitutivo della Comunit\u00e0 Europea (Parte III &#8211; Titolo XVII) stabilisce che: \u201cPer promuovere uno sviluppo armonioso dell\u2019insieme della Comunit\u00e0, questa sviluppa e persegue la propria azione intesa a realizzare il rafforzamento della sua coesione economica e sociale\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In risposta alla crisi pandemica l\u2019Unione Europea ha varato nel 2020 il programma Next Generation EU, un piano di circa 807 miliardi di euro<a href=\"#_ftn1\" name=\"_ftnref1\">[1]<\/a>. All\u2019interno di tale programma rientra il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) che prevede per l\u2019Italia investimenti finanziati dall\u2019Unione Europea pari a 191,5 miliardi (di cui 68,9 a fondo perduto e 122 a prestito), da realizzare entro il 2026. Le ingenti risorse stanziate e l\u2019ammontare delle risorse che vanno al Mezzogiorno (in linea di principio il 40%), hanno riproposto il tema sulla efficacia delle politiche pubbliche per la riduzione dei divari territoriali in Italia. In questo scritto si propone una breve analisi della letteratura empirica sull\u2019impatto di queste politiche in Italia, ponendo l\u2019accento sulla politica di coesione UE. In effetti, dopo la fine dell\u2019intervento straordinario nel Mezzogiorno avvenuta nel 1992, i fondi strutturali europei rappresentano il principale strumento di policy per ridurre i divari territoriali in Italia. D\u2019altra parte, pur essendovi importanti differenze tra la <em>governance<\/em> del PNRR e quella della politica di coesione, l\u2019analisi di quest\u2019ultima \u00e8 di fondamentale importanza per meglio comprendere le potenzialit\u00e0 e le problematiche degli ingenti stanziamenti varati in risposta alla crisi pandemica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo scritto si articola nel modo seguente. Dopo una disamina della natura e dell\u2019evoluzione dei divari territoriali in Italia, si propone un breve excursus storico sulle politiche per la riduzione di questi divari che si sono susseguite in Italia a partire dal secondo dopoguerra. Segue una rassegna dei principali studi effettuati su queste politiche, dedicando particolare attenzione alla politica di coesione UE. Alcune considerazioni conclusive riassumono i punti di forza e di debolezza delle politiche prese in esame e mettono in evidenza le sfide principali che l\u2019attuazione del PNRR e le altre misure di politica dovranno affrontare nei prossimi anni.<\/p>\n<p><strong>2. I divari territoriali in Italia<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I divari territoriali in Italia, in particolare il dualismo Nord-Sud, sono una costante della economia italiana. Il principale indicatore con il quale si misurano tali divari \u00e8 il PIL pro capite. Carrascal-Incera et al. (2021), misurando attraverso l\u2019Indice di Theil la disparit\u00e0 interna dell\u2019Italia per un lungo periodo (dal 1910 al 2011) e confrontandola anche con quelli di altri Paesi Europei, ha mostrato come i divari territoriali sono aumentati sino al 1950, per poi ridursi sino al 1970 e rimanere pressoch\u00e9 stabili nel tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Significativi sono i dati elaborati dalla Svimez (2020) per il periodo di tempo dal 1995 al 2018, ossia dalla fine dell\u2019intervento straordinario (la Cassa chiude nel 1992) sino a due anni prima della pandemia. Da tali dati (Tabella 1) si evince che il divario, in termini di PIL pro capite, si \u00e8 ridotto dal 1995 al 2009 anno in cui ha avuto inizio la crisi dei debiti sovrani, passando da 55,6 a 58,1 per poi tornare nel 2019 a 55,1, un livello di poco inferiore a quello del 1995 (55,6). Su tale divario ha influito negativamente soprattutto una riduzione del tasso di occupazione del Mezzogiorno rispetto al resto del Paese.<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-9508 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani1.png\" alt=\"\" width=\"652\" height=\"345\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani1.png 652w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani1-300x159.png 300w\" sizes=\"auto, (max-width: 652px) 100vw, 652px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri due fatti stilizzati sono importanti da porre in evidenza. Il primo (v. Tabella 2) \u00e8 che tutte le regioni italiane, anche quelle del Centro-Nord, hanno perso posizioni nella graduatoria del PIL delle regioni europee.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il secondo fatto stilizzato \u00e8 la riduzione degli investimenti. Dal 1970 vi \u00e8 stata una tendenziale riduzione del vantaggio del Mezzogiorno nell&#8217;accumulazione di capitale. Nel 1970 il rapporto investimenti sul PIL per il Mezzogiorno era pari a circa il 35%, mentre per il Centro Nord era poco pi\u00f9 del 26% (Figura 1). Durante lo scorso decennio, i due tassi si sono allineati verso il basso e alla fine del decennio il tasso di accumulazione del Centro Nord \u00e8 stato, anche se di poco, superiore a quello del Mezzogiorno (Torrini, 2021). Il calo ha riguardato sia gli investimenti privati (Figura 2) che quelli pubblici (Figura 3). Dal 2007 al 2018 gli investimenti privati, misurati sui dati Cerved disponibili a livello di impresa, si sono pi\u00f9 che dimezzati nel Mezzogiorno. Anche la spesa in conto capitale e gli investimenti in opere pubbliche si sono ridotti dal 2005 al 2018, del 40% circa, una riduzione simile a quella verificatasi per gli investimenti fissi lordi (Accetturo, 2021).<\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-9511 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani2.png\" alt=\"\" width=\"569\" height=\"792\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani2.png 569w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani2-216x300.png 216w\" sizes=\"auto, (max-width: 569px) 100vw, 569px\" \/><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-9510 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani3.png\" alt=\"\" width=\"875\" height=\"474\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani3.png 875w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani3-300x163.png 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani3-768x416.png 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani3-750x406.png 750w\" sizes=\"auto, (max-width: 875px) 100vw, 875px\" \/><\/p>\n<p><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"size-full wp-image-9509 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani4.png\" alt=\"\" width=\"843\" height=\"446\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani4.png 843w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani4-300x159.png 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani4-768x406.png 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/Desftani4-750x397.png 750w\" sizes=\"auto, (max-width: 843px) 100vw, 843px\" \/><\/p>\n<p><strong>3. Una prospettiva storica<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Al fine di valutare l\u2019impatto della politica di coesione \u00e8 interessante ripercorrere a grandi linee le tappe fondamentali delle politiche pubbliche per la riduzione dei divari territoriali nell\u2019Italia Repubblicana dagli anni \u201850 in poi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secondo dopoguerra la politica di riduzione dei divari in Italia ha vissuto diverse fasi (Martinelli, 2020). Essa \u00e8 iniziata nel 1950 con l\u2019intervento straordinario nel Mezzogiorno diretto dalla Cassa per il Mezzogiorno. Quest\u2019ultima ha avuto la massima spinta propulsiva fino agli inizi degli anni \u201970, anche se \u00e8 durata fino al 1992. Analizzare la Cassa per il Mezzogiorno \u00e8 oggi fondamentale, perch\u00e9 quell\u2019esperienza ha coinciso con l\u2019unica fase di avvicinamento dell\u2019economia del Mezzogiorno a quella del resto del Paese, e ha favorito anche la realizzazione del \u00abmiracolo economico italiano\u00bb, quando il Mezzogiorno ha contribuito in maniera significativa a elevare il tasso di crescita dell\u2019Italia nel suo insieme. Felice e Lepore (2013) mostrano come vi sia una chiara corrispondenza fra il periodo di maggiore operativit\u00e0 ed efficacia della Cassa e la crescita economica nel Mezzogiorno. Questa corrispondenza dipende soprattutto dalle modalit\u00e0 con cui si sono attuati gli interventi della Cassa fino agli anni \u201960, cio\u00e8 irrobustimento delle infrastrutture e creazione di un\u2019industria moderna e produttiva<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel periodo successivo, coinciso in parte con la crisi degli anni \u201970, si \u00e8 vista l\u2019operativit\u00e0 della Cassa svanire in una molteplicit\u00e0 di interventi a pioggia, di mero sostegno al reddito, senza pi\u00f9 una visione strategica. Peraltro, secondo D\u2019Adda e de Blasio (2017), lo spartiacque decisivo \u00e8 costituito dalla legge 717 del 1965, in base alla quale la struttura di <em>governance<\/em> della Cassa sub\u00ec importanti cambiamenti. Da un governo tecnico e centralistico, ispirato alla <em>Tennessee Authority Valley<\/em> e caratterizzato da una forte autonomia rispetto alle pressioni politiche, si passa a un assetto in cui le istanze politiche locali (anche attraverso il ruolo delle regioni, istituite nel 1970) divennero sempre pi\u00f9 influenti, e i benefici economici della Cassa si affievoliscono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli anni \u201980, l\u2019intervento della Cassa \u00e8 andato perdendo di intensit\u00e0, ma senza smarrire la connotazione assistenziale che aveva acquisito nel decennio precedente. Alla dismissione della Cassa seguono due fasi problematiche per il Mezzogiorno:<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\">il periodo della \u201cProgrammazione negoziata\u201d (1996-2006), caratterizzato da una politica place-base governata dal basso<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">il periodo di \u201cAbbandono del Sud\u201d (2006-2011) governato dalla convinzione che gli interventi politici nel Mezzogiorno fossero intrinsecamente inefficaci.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Diversi studi che valutano l&#8217;efficacia della \u201cProgrammazione negoziata\u201d (patti territoriali, contratti di programma, Legge 488\/1992) ne evidenziano una performance insoddisfacente, soprattutto in relazione al miglioramento della produttivit\u00e0 (si vedano Bronzini e de Blasio, 2006; Bernini e Pellegrini, 2011; Accetturo e de Blasio, 2012; De Castris e Pellegrini, 2012; Andini e de Blasio, 2014; Cerqua e Pellegrini, 2014). La mancanza di una <em>governance<\/em> efficace e la frammentazione degli interventi sono spesso evocati negli studi citati qui sopra come cause dei risultati poco brillanti della \u201cProgrammazione negoziata\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Infine, durante il periodo dell&#8217;\u201cAbbandono del Sud\u201d una cospicua quantit\u00e0 di risorse finanziarie, precedentemente destinate al Sud, sono stati riorientati alle regioni del Centro-Nord (Prota e Viesti, 2012; Marinuzzi e Tortorella, 2017). Non esistono in letteratura analisi specifiche dell\u2019impatto macroeconomico di questa riduzione dei fondi destinati al Mezzogiorno. Tuttavia, dai dati della Tabella 1 sembra lecito concludere che questo ridimensionamento delle risorse non sia stato compensato da una razionalizzazione nel loro uso e da una loro conseguente maggiore efficacia.<\/p>\n<p><strong>4. La letteratura empirica recente<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Negli ultimi decenni il dibattito sulla efficacia delle politiche di coesione ha riguardato principalmente l\u2019impatto dei fondi strutturali europei sulla riduzione dei divari territoriali (si vedano a questo proposito anche Coppola e Destefanis, 2020). A tal fine sono stati utilizzati nella letteratura empirica differenti metodologie, applicate a banche di dati pure molto diverse tra loro per variabili, unit\u00e0 territoriali e periodi temporali presi in considerazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un primo gruppo di studi esamina il ruolo dei fondi strutturali europei utilizzando l\u2019analisi di dati di panel, e trova risultati per lo pi\u00f9 positivi di questi fondi sulle variabili di interesse.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo studio di Percoco (2005), \u00e8 uno dei primi lavori empirici sull\u2019impatto dei fondi strutturali europei in Italia. In esso si analizzando le dinamiche di sei regioni del Mezzogiorno per il periodo di programmazione 1994-1999. Il risultato ottenuto \u00e8 che gli effetti dei fondi strutturali europei sul PIL sono sostanzialmente positivi anche se eterogenei. Anche Coppola e Destefanis (2007, 2015), in due diversi lavori, rilevano un impatto positivo dei fondi strutturali europei, che per\u00f2 si assottiglia per accumulazione del capitale e occupazione, sino a scomparire negli anni pi\u00f9 recenti. Il loro studio si basa su per un periodo temporale pi\u00f9 lungo, dal 1989 al 2006, e comprende tutte le regioni italiane. Al contrario in Aiello e Pupo (2009) l\u2019impatto dei fondi strutturali europei, per il periodo 1996-2007, \u00e8 debole sul PIL pro capite e nullo sulla produttivit\u00e0 del lavoro. Tuttavia, questo impatto \u00e8 maggiore nelle regioni del Mezzogiorno. Pi\u00f9 eterogenea \u00e8 l\u2019evidenza empirica in Coppola et al. (2020), i quali analizzano congiuntamente l\u2019impatto sul PIL pro capite delle venti regioni sia dei fondi strutturali europei che di alcuni fondi nazionali dal 1994 al 2013, tenendo conto altres\u00ec del meccanismo di assegnazione dei fondi e dell\u2019incidenza del contesto socioeconomico regionale. I fondi strutturali europei hanno un impatto positivo, mentre per i fondi nazionali l\u2019impatto \u00e8 significativo solo per i sussidi di parte corrente alle imprese. Solo i fondi nazionali sono influenzati dalla capacit\u00e0 di <em>governance<\/em> delle regioni. Arbolino et al. (2020) quantificano gli effetti della politica di coesione per il periodo 2007-2013, stimando l\u2019impatto congiunturale di breve periodo nei mercati del lavoro regionali e trovano che la politica di coesione, sebbene sia una politica di natura strutturale, ha effetti positivi di natura anticiclica ed \u00e8 condizionata altres\u00ec in misura positiva dal livello della qualit\u00e0 delle istituzioni regionali. \u00a0Destefanis et al. (2020), utilizzando un modello VAR bayesiano, stimano i moltiplicatori di diverse tipologie di spesa pubblica nelle 20 regioni amministrative italiane nel periodo 1994-2016. I risultati evidenziano che i fondi strutturali europei, rispetto agli altri tipi di spesa pubblica, forniscono i moltiplicatori pi\u00f9 elevati. Un&#8217;analisi esplorativa della distribuzione dei moltiplicatori tra regioni e tipi di spesa suggerisce che i valori regionali dei moltiplicatori sono associati positivamente alla quantit\u00e0 di risorse inutilizzate e alla dimensione della regione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi \u00e8 poi un insieme di lavori, prevalentemente di autori della Banca d\u2019Italia, nei quali si trova un impatto dei fondi strutturali europei limitato o nullo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Barone et al. (2016), studiando la dinamica del PIL pro capite della sola regione Abruzzo, attraverso un\u2019analisi controfattuale, giungono al risultato che i fondi strutturali europei producono effetti positivi di carattere sostanzialmente passeggero, poich\u00e9 dopo che l\u2019Abruzzo non ha beneficiato pi\u00f9 dei fondi strutturali europei per la convergenza dopo il 2000, il PIL pro capite della regione non \u00e8 cresciuto come nel periodo precedente. Ci\u00f2 rappresenta, per gli autori, l\u2019evidenza che i fondi strutturali europei non sono in grado di attivare un processo di crescita endogena. Anche Ciani e De Blasio (2015) stimano un impatto alquanto limitato dei fondi strutturali europei su occupazione, popolazione e prezzi degli immobili dei Sistemi Locali del Lavoro del Mezzogiorno per il periodo 2007-2013, mentre lo studio di Albanese et al. (2019) mostra, sulla base dei dati relativi a imprese del Mezzogiorno per il periodo 2007-2015, l\u2019inefficacia del Fondo di Sviluppo Regionale sulla produttivit\u00e0 totale dei fattori stimata a livello di singola impresa, a eccezione per\u00f2 della quota spesa in infrastrutture.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altri recenti lavori applicano il metodo della <em>Regression Discontinuity Design<\/em>, considerando come discontinuit\u00e0 geografica i confini amministrativi tra i comuni appartenenti alle regioni Obiettivo 1 della politica di coesione UE e quelli (confinanti) rientranti nelle altre regioni. In questi studi i risultati ottenuti sono di carattere abbastanza eterogeneo. In Giua (2017), dove la variabile di risultato \u00e8 la variazione dell\u2019occupazione intercorsa (su dati censuari) tra il 1991 e il 2001, emergono due importanti evidenze empiriche. La prima \u00e8 che la politica regionale europea ha un effetto positivo sulla dinamica dell\u2019occupazione nelle regioni Obiettivo 1, mentre la seconda \u00e8 che non c\u2019\u00e8 alcun effetto di spiazzamento ai danni dell\u2019occupazione nelle altre regioni. L\u2019impatto \u00e8 particolarmente positivo per alcuni settori chiave (industria, costruzioni, commercio al dettaglio, turismo). Tuttavia, in un articolo pi\u00f9 recente, Crescenzi e Giua (2020) trovano che gli effetti positivi sull\u2019occupazione tratti dall\u2019appartenenza alle regioni dell\u2019Obiettivo 1 non sussistevano pi\u00f9 in Italia a seguito della recessione iniziata nel 2007. Albanese et al. (2021) presentano stime dell&#8217;efficacia dei fondi strutturali europei su alcuni indicatori di benessere regionale per il periodo 2007-2013. Essi trovano un impatto molto modesto dei fondi sull&#8217;occupazione giovanile, sul tasso di attivit\u00e0 femminile e sull&#8217;istruzione terziaria. Inoltre, affermano che gli effetti significativi dei fondi strutturali europei su PIL e occupazione sono influenzati da qualit\u00e0 delle istituzioni, capitale umano e densit\u00e0 urbana. \u00a0Infine, Cerqua e Pellegrini (2021) stimano l\u2019impatto di tutti i progetti pubblici sullo sviluppo locale per il periodo 2007-2015. I risultati delle politiche di coesione sono prevalentemente nulli per il reddito locale (dati di fonte Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze) e positivi per il numero delle unit\u00e0 locali e i loro addetti (dati di fonte Registro statistico delle imprese attive ASIA-Istat).<\/p>\n<p><strong>5. Considerazioni conclusive<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Esprimere un giudizio sulla relazione tra politiche pubbliche e divari territoriali in Italia non \u00e8 cosa semplice. Gli studi empirici non giungono a risultati univoci, anche se, con vari <em>caveat<\/em>, emerge un impatto dei fondi strutturali europei sul PIL e, in misura minore, sull\u2019occupazione. Risulta difficile trovare ragioni sistematiche di questi differenti risultati anche perch\u00e9 essi sussistono tra lavori simili per metodologia adottata, e non \u00e8 possibile chiarire se l\u2019evoluzione nel tempo di PIL e occupazione dipenda da una diversa efficacia nel tempo della politica. Alcune possibili spiegazioni, che forse non hanno ancora trovato la meritata attenzione in letteratura, riguardano:<\/p>\n<ul>\n<li style=\"text-align: justify;\">il trattamento dinamico dei dati di spesa (si vedano per maggiori dettagli Coppola et al., 2020; Coppola e Destefanis, 2020) e la complessit\u00e0 dei legami dinamici tra PIL e occupazione, che era stata peraltro messa in evidenza da Percoco (2005);<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">la relativa minore efficacia dei fondi strutturali europei sull\u2019occupazione potrebbe essere ascritta al fatto che il sostegno all\u2019occupazione riguarda soprattutto il Fondo Sociale Europeo, le cui modalit\u00e0 di <em>governance<\/em> differiscono da quelle degli altri fondi (per esempio in termini di grande frammentazione dei progetti)<a href=\"#_ftn4\" name=\"_ftnref4\">[4]<\/a>;<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">l\u2019utilizzazione di banche dati comunque molto eterogenee, sia nell\u2019ambito macro che microeconomico.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Peraltro, un filo rosso dell&#8217;analisi \u00e8 la qualit\u00e0 istituzionale, che sembra essere da molti riscontri inferiore nelle regioni del Mezzogiorno (si veda a questo proposito anche il recente studio di Quintieri e Stamato, 2021). Secondo molti dei contributi presi in esame nei precedenti paragrafi la qualit\u00e0 istituzionale delle regioni \u00e8 fondamentale nel determinarne la capacit\u00e0 di <em>governance<\/em> dei fondi, e quindi la efficacia di questi ultimi. \u00c8 appunto in questo senso che D\u2019Adda e de Blasio (2017) evidenziano i pericoli della regionalizzazione della Cassa del Mezzogiorno avvenuta attorno al 1970. Spostando le capacit\u00e0 di spesa in mano alle regioni, anche quelle caratterizzate da una <em>governance<\/em> pi\u00f9 debole, si sarebbero create le condizioni per un affievolimento dell&#8217;efficacia dell&#8217;intervento pubblico. Peraltro, le relazioni tra qualit\u00e0 istituzionale ed efficacia della spesa non possono essere ridotte alla dimensione della regionalizzazione. Coppola et al. (2020) notano che le modalit\u00e0 di <em>governance<\/em> dei fondi UE sembrano loro garantire maggiore efficacia rispetto ai fondi finanziati a livello nazionale. In particolare, il principio di partenariato, che coinvolge nella gestione dei fondi le istituzioni europee assieme ad attori nazionali e locali, e la programmazione pluriennale indebolirebbero il legame tra qualit\u00e0 istituzionale locale e fondi strutturali europei (legame invece molto forte per i fondi finanziati a livello nazionale).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In uno studio incentrato sulle determinanti della capacit\u00e0 di spesa (e non del suo impatto), Crescenzi et al. (2021) trovano un ruolo importante per entrambi i fattori messi in luce qui sopra. Secondo Crescenzi et al., una tempestiva attuazione dei programmi di spesa richiede che, nella loro progettazione, i governi nazionali si colleghino direttamente con gli <em>stakeholders<\/em> locali all&#8217;interno di un quadro di coordinamento allestito dalle istituzioni europee. Il coinvolgimento delle regioni e altre istituzioni locali potrebbe poi avere luogo al momento dell\u2019implementazione di questi progetti. Questi requisiti sembrano essere sostanzialmente accolti dal decreto-legge n. 77 del 31 maggio 2021, con cui \u00e8 stata definita la <em>governance<\/em> del PNRR. \u00c8 stata istituita una Cabina di regia, presieduta dal Presidente del Consiglio dei ministri e affiancata da una Segreteria tecnica. Le Regioni, le Province autonome e gli enti locali dovranno invece agire di conserva con le Amministrazioni centrali per mettere in atto operativamente gli interventi del PNRR.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In conclusione, gli ingenti fondi che saranno impegnati nei prossimi anni forniscono la base per una ripresa degli investimenti pubblici la cui rilevanza, soprattutto per l\u2019economia del Mezzogiorno, non pu\u00f2 essere sottovalutata. In particolare, i finanziamenti a Digitalizzazione, Innovazione, Competitivit\u00e0, Cultura e Turismo nell\u2019ambito del PNRR (49,86 miliardi, pari al 21,21% del totale) offrono un\u2019occasione forse irripetibile di colmare il divario digitale dell\u2019Italia. Quest\u2019ultimo \u00e8 uno dei fattori fondamentali alla base della \u201ctrappola dello sviluppo intermedio\u201d (costi pi\u00f9 alti che nei paesi dell\u2019Est, produttivit\u00e0 pi\u00f9 bassa che nei paesi del Nord, come suggerito in Viesti, 2019) che sta attanagliando le regioni italiane, non solo del Sud.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La <em>governance<\/em> del PNRR appare in linea di principio allineata ai prerequisiti per un efficace uso di queste risorse. Tuttavia, se la risposta al problema della qualit\u00e0 istituzionale necessita una rimodulazione della <em>governance<\/em> pubblica e un ri-accentramento delle decisioni di spesa, \u00e8 fondamentale che nuove competenze, tecniche e gestionali vengano immesse nella Pubblica Amministrazione. In questo senso, il Decreto-Legge n. 80 del 9 giugno 2021, volto ad assumere a tempo determinato nella PA gli esperti e i funzionari che lavoreranno al PNRR e a conferire incarichi di consulenza con procedure pi\u00f9 rapide, \u00e8 un passo fondamentale, che dovr\u00e0 per\u00f2 essere ulteriormente esteso e potenziato. Nel considerare gli effetti di questo aumento delle competenze, e pi\u00f9 in generale del PNRR, sar\u00e0 fondamentale il ruolo del Servizio centrale per il PNRR, istituito presso la Ragioneria Generale dello Stato, per le attivit\u00e0 di monitoraggio e rendicontazione. Tuttavia, il monitoraggio dovrebbe essere implementato in quadro di analisi che tenga conto in modo adeguato della dimensione temporale, spesso lunga, degli effetti di uno sforzo di <em>capacity building<\/em> (\u00e8 d\u2019uopo ricordare a questo proposito non solo il gi\u00e0 citato lavoro di Canova e Pappa, 2021, ma vari studi di analisi controfattuale delle politiche, a partire da Hotz et al., 2006).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">D\u2019altra parte, la sfida della \u201ctrappola dello sviluppo intermedio\u201d pone la problematica delle capacit\u00e0 gestionali in un ambito che va al di l\u00e0 della <em>governance<\/em> pubblica. Il fallimento delle imprese italiane nel trarre vantaggio dagli sviluppi dell\u2019ICT \u00e8 da ascrivere in gran parte a pratiche di management inefficienti, anche nel settore privato (Schivardi e Schmitz, 2019), che dovranno essere adeguatamente fronteggiate e superate. Anche in questo caso, l\u2019applicazione di opportune politiche economiche dovr\u00e0 essere valutata nell\u2019ambito di un quadro temporale sufficientemente ampio.<\/p>\n<p><strong>Note<\/strong>:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref1\" name=\"_ftn1\">[1]<\/a> The EU\u2019s 2021-2027 Long Term Budget and Next Generation EU <a href=\"https:\/\/op.europa.eu\/it\/publication-detail\/-\/publication\/d3e77637-a963-11eb-9585-01aa75ed71a1\/language-en\">https:\/\/op.europa.eu\/it\/publication-detail\/-\/publication\/d3e77637-a963-11eb-9585-01aa75ed71a1\/language-en<\/a>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref2\" name=\"_ftn2\">[2]<\/a> Elaborazioni su dati Cerved (campione a scorrimento). La linea blu tratteggiata riporta i dati del Centro Nord riproporzionati utilizzando struttura delle imprese del Mezzogiorno per classe dimensionale. La linea arancione riporta i dati del Centro Nord riproporzionati utilizzando struttura delle imprese del Mezzogiorno per settore.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref3\" name=\"_ftn3\">[3]<\/a> Elaborazioni su dati Istat e Conti pubblici territoriali. La spesa in conto capitale include anche i trasferimenti in conto capitale a imprese e famiglie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"#_ftnref4\" name=\"_ftn4\">[4]<\/a> A questo proposito per\u00f2 bisogna notare che, utilizzando un panel VAR bayesiano per le regioni dell\u2019UE, Canova e Pappa (2021), trovano che gli effetti del Fondo Sociale Europeo, inizialmente trascurabili, diventano molto pi\u00f9 rilevanti nel lungo periodo. Come gi\u00e0 detto nel testo, questo rimanda a una considerazione molto attenta della struttura dinamica dei dati nell\u2019analisi dei fondi strutturali europei.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Riferimenti bibliografici<\/strong><\/p>\n<ol>\n<li style=\"text-align: justify;\">Accetturo A. (2021). I divari territoriali in Italia tra crisi economiche, ripresa ed emergenza sanitaria\u201c, Presentazione al Workshop \u201d<a href=\"https:\/\/centrorossidoria.uniroma3.it\/workshop-il-mezzogiorno-nellanalisi-della-banca-ditalia-i-divari-territoriali-il-cambiamento-strutturale-le-imprese\/\">Il Mezzogiorno nell\u2019analisi della Banca d\u2019Italia: i divari territoriali, il cambiamento strutturale, le imprese<\/a>\u201d, 15 Dicembre 2021,Universit\u00e0 degli Studi di Roma 3, \u00a0Roma<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Accetturo A., de Blasio G. (2012). 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(2021): How much does state aid mitigate employment losses? Local policy effects at a time of economic crisis, <em>Regional Studies<\/em>, DOI:10.1080\/00343404.2021.2003319.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Ciani E., de Blasio G. (2015). European structural funds during the crisis: evidence from Southern Italy, IZA<em>Journal of Labor Policy<\/em>, 4(1), 20.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Coppola G., Destefanis S. (2007). Fondi Strutturali, produttivit\u00e0, occupazione: uno studio sulle regioni italiane, <em>Rivista di Economia e Statistica del Territorio<\/em>: 85-113.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Coppola G., Destefanis S. (2015). Structural Funds and Regional Convergence: Some Sectoral Estimates for Italy in Pastore F. Mussida C. (2015). Geographical Labor Market Imbalances, Springer AIEL Series in Labour Economics.<\/li>\n<li style=\"text-align: justify;\">Coppola G., Destefanis S., Marinuzzi G., Tortorella W. (2020). 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