{"id":4543,"date":"2018-09-27T10:53:47","date_gmt":"2018-09-27T09:53:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.opencalabria.com\/?p=4543"},"modified":"2020-09-08T10:31:28","modified_gmt":"2020-09-08T08:31:28","slug":"il-decreto-dignita-tra-calo-della-produttivita-e-aumento-della-precarieta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/re\/il-decreto-dignita-tra-calo-della-produttivita-e-aumento-della-precarieta\/","title":{"rendered":"Il Decreto Dignit\u00e0 tra calo della produttivit\u00e0 e aumento della precariet\u00e0"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Il cosiddetto Jobs Act del Governo Renzi aveva l\u2019obiettivo, implicito o esplicito, di aumentare l\u2019occupazione, attraverso lo stimolo dell\u2019esonero contributivo all\u2019occupazione a tempo indeterminato, diventata, allo stesso tempo, con il contratto a tutele crescenti (CTC), meno costosa per le imprese in termini di costi di licenziamento, abolendo di fatto l\u2019articolo 18 e introducendo una sanzione moderatamente crescente per il licenziamento illegittimo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Tuttavia l\u2019obiettivo non venne raggiunto, e l\u2019occupazione a tempo indeterminato non crebbe, se non nei primi mesi dopo il marzo 2014 (data di entrata in vigore del CTC con l\u2019esonero contributivo totale). Al contrario crebbe moltissimo l\u2019occupazione a tempo determinato, fino a raggiugere il record di 4 contratti a termine su 5 nel 2017 nei flussi delle assunzioni. Il forte aumento della contrattazione a termine, tra il 2015 e la met\u00e0 del 2018, \u00e8 dovuto, molto probabilmente, alla contemporanea liberalizzazione, operata dal Decreto Poletti (d.lgs. n. 34\/2014), e confermato nel Jobs Act con il decreto 81 del 2018 (artt. 19-29).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-4545 aligncenter\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1-1024x677.png\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"390\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1-1024x677.png 1024w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1-300x198.png 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1-768x508.png 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1-1568x1036.png 1568w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_1.png 1616w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Senza considerare le cessazioni, nel 2017 si contavano circa 1 milione di nuovi CTC (ma se consideriamo circa 1.6 milioni di cessazioni, la variazione netta di CTC \u00e8 negativa) e circa 4.8 milioni di contratti a termine.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019obiettivo dell\u2019aumento dell\u2019occupazione non fu raggiunto (come dimostra la figura 2 di seguito), mentre alla modesta riduzione della disoccupazione ha contribuito esclusivamente l\u2019aumento della occupazione a tempo determinato, che pure nelle intenzioni del Job Act era da evitare a vantaggio del CTC super incentivato e \u201csgravato\u201d dal peso dell\u2019art 18.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-4546\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2-1024x677.png\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"390\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2-1024x677.png 1024w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2-300x198.png 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2-768x508.png 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2-1568x1037.png 1568w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_2.png 1677w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Uno sguardo all\u2019andamento della contrattazione a termine, sul totale, rispetto agli altri paesi OCSE, evidenzia la divergenza con l\u2019Italia. Fino a prima del Jobs Act\/Decreto Poletti (che ha liberalizzato il termine), il lavoro a termine era intorno a <strong><u>3 milioni 190 mila<\/u><\/strong> dipendenti (anni 2012, 2013). Oggi siamo intorno <strong><u>a 4,8 milioni <\/u><\/strong>(totali inclusa somministrazione). Appare evidente, dalla figura 3 in basso, che il lavoro a termine riprende una forte accelerata dal 2014 in poi, cio\u00e8 dopo il Decreto Poletti, che ha modificato in modo fondamentale la composizione del mercato del lavoro fino ad oggi. Precedentemente, la riforma Fornero del 2012 aveva attenuato le \u201ccausali\u201d autorizzando la stipula libera del primo contratto a termine. Le causali cos\u00ec come novellate dalla l. n. 92\/2012 hanno fatto registrare, seppur per un breve periodo, la riduzione del ricorso al contratto di lavoro a tempo determinato da parte delle imprese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-4547\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3-1024x633.jpg\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"365\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3-1024x633.jpg 1024w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3-300x185.jpg 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3-768x475.jpg 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3-1568x969.jpg 1568w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_3.jpg 1987w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, le assunzioni a termine, che includono il lavoro interinale e altre forme di lavoro atipico, nella maggior parte dei casi, prevedono un numero di ore lavorate per lavoratore inferiore rispetto al lavoro standard. Infatti, i dati confermano che l\u2019aumento della occupazione a termine \u00e8 caratterizzata da un numero totale di ore lavorate ancora inferiore rispetto al 2007 e rispetto al periodo in cu il tasso di occupazione era smile ad oggi, come evidenzia la figura 4 di sotto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>\u00a0<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-4548\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_4-1024x636.png\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"366\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_4-1024x636.png 1024w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_4-300x186.png 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_4-768x477.png 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_4-1568x974.png 1568w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ci\u00f2 implica evidentemente, a parit\u00e0 di salari (che in effetti sono fermi da circa due decenni come dimostra le figure 5 (a) e 5 (b) di sotto) un calo di reddito totale per i lavoratori, o comunque un livello inferiore rispetto al 2007, e ci\u00f2 nonostante la crescita della occupazione a termine (anzi, forse proprio a causa della crescita dell\u2019occupazione a termine che frenano la crescita complessiva dei salari). Una conclusione sembra abbastanza ovvia: la perdita di potere di acquisto dei lavoratori, con la stagnazione dei salari (figura 5 (a)) e il declino della quota salari sul Pil (figura 5 (b)) negli ultimi due decenni, pu\u00f2 essere legata agli aumenti di flessibilit\u00e0, all\u2019indebolimento delle istituzioni di protezione del mercato del lavoro e al declino della densit\u00e0 sindacale tra i lavoratori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"wp-image-4549 alignright\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6-829x1024.jpg\" alt=\"\" width=\"542\" height=\"670\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6-829x1024.jpg 829w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6-243x300.jpg 243w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6-768x949.jpg 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6-1568x1938.jpg 1568w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_5_6.jpg 1946w\" sizes=\"auto, (max-width: 542px) 100vw, 542px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se a questo quadro aggiungiamo i dati della produttivit\u00e0 del lavoro negli ultimi due decenni, il quadro diventa ancora pi\u00f9 desolante. L\u2019interpretazione che molti economisti della tradizione classica e keynesiana danno di questa dinamica negativa della produttivit\u00e0 e della occupazione, condivisa in questa sede, molto brevemente, e in parole semplici, \u00e8 la seguente: le strategie di investimento sono anche orientate dai costi del lavoro. Se un paese pratica una politica di bassi salari, gli investimenti saranno prevalentemente ad alta intensit\u00e0 di lavoro e quindi a bassa produttivit\u00e0 del lavoro, mentre se i salari saranno alti, gli investimenti da parte delle imprese, proprio per risparmiare sui costi, saranno prevalentemente ad alto contenuto di capitale e quindi soggetti a notevoli guadagni di produttivit\u00e0. Secondo questo approccio, portato tra gli altri da uno dei pi\u00f9 grandi economisti italiani, quali Sylos Labini, le riforme del mercato del lavoro in Italia, dal Pacchetto Treu del 1997 al Jobs Act del 2015, orientate verso la flessibilit\u00e0 in entrata ed in uscita, potrebbero aver contribuito ad avere una dinamica negativa della produttivit\u00e0 del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-4550\" src=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6-1024x806.jpg\" alt=\"\" width=\"590\" height=\"464\" srcset=\"https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6-1024x806.jpg 1024w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6-300x236.jpg 300w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6-768x604.jpg 768w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6-1568x1234.jpg 1568w, https:\/\/www.regionaleconomy.eu\/rivista\/wp-content\/uploads\/2018\/09\/tr_6.jpg 2011w\" sizes=\"auto, (max-width: 590px) 100vw, 590px\" \/><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Se allarghiamo l\u2019orizzonte della riflessione, e la proiettiamo sull\u2019intera economia, emerge una conseguenza generalmente negativa. Oggi l\u2019occupazione nel settore dei servizi nei paesi avanzati, compreso l\u2019Italia \u00e8 circa il 70%. Si tratta quindi della maggior parte dei lavoratori. Nel nostro paese una grande quota di essi lavorano in settori poco specializzati e portano a casa bassi salari, e con forme contrattuali spesso atipiche. La deindustrializzazione in Italia \u00e8 stata seguita da una transizione orientata verso servizi a scarso contenuto tecnologico (come il turismo, il settore agroalimentare, hotel e ristoranti, servizi agli anziani, logistica poco specializzata). Ci stiamo pericolosamente stabilendo su un modello di crescita a bassi consumi e quindi a bassa crescita della produttivit\u00e0, perch\u00e9 la produttivit\u00e0 \u00e8 in larga parte trainata da produzione in larga scala, resa possibile da consumi di massa e sostenuti. Gli imprenditori che devono fronteggiare una grossa domanda fanno uso di macchinari e di capitale poter produrre di pi\u00f9 ma, se la domanda ristagna, gli imprenditori eserciteranno una pressione al ribasso dei salari per rimanere competitivi, almeno per un po\u2019. E le politiche del lavoro degli ultimi anni favoriscono l\u2019azionamento di tale leva. Ci sembra quindi di poter dire che la rivoluzione tecnologica-digitale che molti paesi avanzati si apprestano ad affrontare, e di cui anche il nostro paese vuole essere partecipe, dovrebbe basarsi su altre fondamenta, pi\u00f9 solide, soprattutto nel mercato del lavoro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Decreto Dignit\u00e0 certo non affronta tutti questi problemi strutturali, e la complicata gestione della transizione dell\u2019economia verso i servizi, ma da una indicazione ponendo un freno alla flessibilit\u00e0, ed afferma anche un principio fino a poco tempo fa evaso, e cio\u00e8: le norme non creano occupazione, ma possono aumentare o diminuire i diritti. Nel caso specifico, la dignit\u00e0 del lavoro \u00e8 legata al diritto, mentre la domanda di lavoro e quindi l\u2019occupazione dipende dalla domanda aggregata e dagli investimenti, che orientano la transizione e il cambiamento strutturale<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo scenario si capisce che l\u2019obiettivo del Decreto Dignit\u00e0 sia duplice: 1) aggredire la precariet\u00e0, e 2) innescare dei meccanismi di incentivi che favoriscano lavoro qualificato, stabile e investimenti da parte delle imprese in capitale umano, che necessariamente si sviluppa durante relazioni di lungo termine. Far scendere, ad esempio, la contrattazione a tempo determinato dal 15.4% al 12%, o meno, come in Germania (12.9%) sarebbe un buon risultato.<br \/>\n[ctt template=&#8221;9&#8243; link=&#8221;M56Wa&#8221; via=&#8221;yes&#8221; ]Gli obiettivi del Decreto Dignit\u00e0[\/ctt]<\/p>\n<ol style=\"text-align: justify\">\n<li>Rispetto al primo punto, si cerca di modificare la composizione dell\u2019occupazione che negli ultimi anni \u00e8 stata fortemente sbilanciata nei flussi a favore dell\u2019occupazione a termine e precaria. Vi \u00e8 stato un abuso della contrattazione a termine, che ha una intrinseca precariet\u00e0, dovuta al fatto che \u00e8 un contratto che mette una scadenza al lavoratore, e lo rende ricattabile.<\/li>\n<\/ol>\n<ol style=\"text-align: justify\" start=\"2\">\n<li>Questo tipo occupazione non solo genera problemi sociali legati alla natura della precariet\u00e0, ma ha un impatto negativo sull\u2019economia, e qui veniamo al secondo punto: il lavoro a termine incentiva investimenti e strategie da parte delle imprese cosiddette \u201clabour intensive\u201d, che non si affidano alla innovazione e al progresso tecnico, e che quindi generano pochi guadagni di produttivit\u00e0. Sono numerose le ricerche recenti di economisti italiani ed europei (Sylos Labini, Dosi, Pianta, Roventini, Mazzucato, Kleinknecht, Naastepad ecc) che dimostrano come una eccessiva flessibilit\u00e0 del lavoro e la diffusione di lavori temporanei, portano minori vantaggi di produttivit\u00e0 del lavoro, e un pi\u00f9 lento progresso tecnologico. Questo per un duplice ordine di motivi: gli investimenti \u201ccapital intensive\u201d sono disincentivati, e i lavoratori con un alto turn over sono scoraggiati, al margine, dal profondere impegno e sforzo nel proprio lavoro, sapendo che la relazione di lavoro presto si interromper\u00e0. Cose che gli economisti conoscono bene.<\/li>\n<\/ol>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, con il Decreto Dignit\u00e0 l\u2018Italia si mette in linea con direttive e raccomandazioni europee. Infatti, in rispetto della normativa europea (1999\/70; 2017\/0355), il lavoro a tempo indeterminato deve essere considerato la forma comune di contratto di lavoro, mentre il ricorso al tempo determinato deve essere motivato con ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, per prevenire gli abusi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In Europa il contratto a termine dura massimo 24 mesi, in Italia il Decreto Dignit\u00e0 lo porta da 36 a 24. In Europa il numero di rinnovi in media \u00e8 di 3, in Italia il Decreto Dignit\u00e0 lo porta da 5 a 4. In Europa la \u201ccausale\u201d per il contratto a termine esiste quasi dappertutto. In Francia esiste un termine di 18 mesi e l\u2019obbligo di causale. In Spagna si fissano tre condizioni precise e alternative tra loro per le quali \u00e8 possibile sottoscrivere contratti a tempo determinato. In Germania esiste un modello di causale attenuata, simile a quello introdotto con il Decreto Dignit\u00e0. Nelle direttive dell\u2019UE il lavoro a termine viene scoraggiato, e viene in generale ammesso un contratto a termine libero solo per i primi sei mesi, considerati come una sorta di prova, durante la quale l\u2019imprenditore conosce il lavoratore (sul punto emblematica \u00e8 la Corte di Giustizia dell\u2019Unione Europea nella sentenza del 24 giugno 2010, <em>F.S. c. Poste Italiane spa<\/em>, C-98\/09). Il Decreto Dignit\u00e0 permette un contratto libero pi\u00f9 generoso di quanto previsto dalla direttiva UE, di 12 mesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sembra quindi che non ci sia nessuna ragione teoricamente ed empiricamente fondata, in economia, che giustifichi affermazioni del tipo: \u201c<em>vincoli al contratto temporaneo scoraggiano gli investimenti<\/em>\u201d, oppure come \u00e8 stato scritto, <em>\u201cl\u2019impresa X si trover\u00e0 a non poter rinnovare oltre 200 lavoratori assunti in primo contratto in modo acausale, dovendo adesso fare il rinnovo con causale<\/em>\u201d. Queste affermazioni sono prive di fondamento perch\u00e9 sono altre, secondo la ricerca scientifica, le determinanti degli investimenti, e non certo il tipo di contratto. Inoltre se un\u2019impresa multinazionale, con oltre 200 lavoratori a termine, non pu\u00f2 rinnovare con una motivazione oggettiva tanti lavoratori a termine, potrebbe farlo con contratto a tempo indeterminato, che sarebbe anche pi\u00f9 vantaggioso perch\u00e9 economicamente pi\u00f9 conveniente. Se non lo facesse, sarebbe perch\u00e9 priva di domanda adeguata, ma non perch\u00e9 il contratto a termine causa vincoli tali da provocare il \u201clicenziamento\u201d di 200 persone.<\/p>\n<hr \/>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L\u2019obiettivo del Decreto Dignit\u00e0 \u00e8 duplice: 1) aggredire la precariet\u00e0, e 2) innescare dei meccanismi di incentivi che favoriscano lavoro qualificato, stabile e investimenti da parte delle imprese in capitale 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